Alide Tassinari – Il niente che separa

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Fra inconscio e cervello, niente in comune. Niente che accomuni i due paradigmi, imparagonabili tra loro.

Piani differenti di discorso: uno analitico, l’altro della scienza. Due versioni inconciliabili: l’organismo e il corpo pulsionale, ritagliato, reso tale dagli effetti della parola. Come rendere conto di questo evento a chi cerca nell’organismo, nelle reti neuronali la traccia al funzionamento supposto essere adeguato o una risposta al malfunzionamento che non ci vorrebbe? La scienza con il suo discorso tratta di un reale che non è quello della psicoanalisi. La psicoanalisi tratta di un reale che gli è proprio, che fa enigma. Tratta di quel che c’è: il godimento e non lo fa tramite le immagini, ma tramite quelle strane reti che sono le parole che condensano annodandoli il Simbolico che ci preesiste, l’immaginario che è la vera produzione del soggetto e il reale del godimento.

Si usa dire di una persona impulsiva che è “senza cervello”. Il cervello, la sua supposta razionalità è il bene primario socialmente riconosciuto. Non è così lontano il tempo nel quale la scienza ha discusso a lungo sul suo peso, facendo discrimine fra donne e uomini: il meno peso della materia grigia nel cranio “femminile”, ha fatto sì, che – al pari del discorso religioso di secoli prima che disquisiva sull’esistenza o meno dell’anima nelle donne – si certificasse una minore capacità intellettiva femminile e una maggiore impulsività. Anche ai cosiddetti “matti” non è riconosciuto il sommo bene della razionalità. Metafore che prendono la testa e il cervello come ciò che caratterizza l’umano. Al contrario “avere cervello” è sinonimo di intelligenza. Ciò che si ha è suscettibile di essere misurato. Così l’intelligenza, prodotto della razionalità, è stata misurata, quantificata con i tests anche se, ormai è risaputo, questi certificano solo coloro che li hanno costruiti e trasformati in prodotto di mercato.

Ciò che si sottopone a misura, non è detto che si sappia cosa effettivamente misuri. Così, cosa sia l’intelligenza nessuno lo sa … eppure ogni orientamento cognitivo comportamentale, più o meno scientifico, indica dell’intelligenza misura e attribuzioni, più o meno pertinenti, più o meno libere (sigh!) dai pregiudizi. Ma si sa che il cervello umano non ama faticare, il pregiudizio per le scienze cognitive, altro non è che un “non far fatica del cervello stesso”, una risposta spesso automatica e economica: ottenere il massimo risultato con il minimo di sforzo.

Non così per l’inconscio: nell’esperienza analitica il sudare di brutto è la condizione sine qua non per approdare a ciò che non potrà essere detto anche se la tensione sarà di cercare di ben dire questo impossibile. Nessuna immagine e nessuna evidenza neuroimaging, se non la logica che Lacan ci ha insegnato, renderà meno indicibile quel resto che resiste alla messa in parola. Dal lato del cervello c’è una ricerca della certezza di un processo che sia definito, delimitato, suscettibile di essere contabilizzato; dal lato dell’inconscio è un andare a cercare tramite la parola, nel c’è del godimento, ciò che ancora non è stato simbolizzato, facendo così esistere quello che dovrà addivenire, aprendo al nuovo, all’inedito, alla creazione.

Infine per la psicoanalisi contabilizzare è dal lato del maschile, ciò che non si contabilizza è dal lato del femminile. Due godimenti: fallico e quello femminile propri al parlessere e non al cervello!

Fra inconscio e cervello, nessun corpo calloso! Solo il niente che li separa.

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