Pascale Simonet – La psicoanalisi «innanzitutto»

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Lacan ha desiderato ardentemente che la psicoanalisi affrontasse le conseguenze irrespirabili del discorso della scienza, che fosse «il polmone artificiale» incaricato «di assicurare che occorre trovare del godimento nel parlare affinché la storia continui» (1). Ci ha dato degli strumenti per cavarcela con il fatto che «l’inconscio lacaniano non ha corpo che di parole», che il linguaggio non è un organo, ma che è legato a qualcosa che fa buco nel reale, puntualizza Lilia Mahjoub in questo numero. La democrazia, sotto il suo aspetto livellante, è una sorta di naiade trasformata in arpia, sottolineava Jacques-Alain Miller nel 2002 (2). La modernità vorrebbe essere amata, è molto arrabbiata con coloro che non la amano. Verifichiamo quotidianamente la vitalità sfrenata del discorso dell’omeostasi la cui faccia totalitaria si manifesta nell’impazienza e nella frenesia di eliminare tutto ciò che potrebbe fare ostacolo a riportare la tensione ad un livello minimo.

«Niente varrà mai l’addomentarsi», diceva allora. Ma niente farà sì che il cervello sia più di una macchina per sognare, niente impedirà che «l’inconscio parli [ça parle]», e che si prenda gioco dell’omeostasi, ci dice qui Chris M. Alexandris. Diventata spina nel fianco della civiltà neuro-centrata, l’analisi si presenta oggi come uno spazio di respiro indispensabile per quei soggetti, sempre più numerosi, che rifiutano che una immagine cerebrale, per quanto precisa, sia considerata il reale col quale essi si scontrano. Hanno sperimentato che sottrarsi al modo di dire comune li apre all’emergenza nuova di una parola suscettibile di produrre effetti inediti di verità e di godimento. L’analisi opera in modo deciso anche contro ogni riduzione. Nathalie Wülfing precisa che noi non miriamo a ridurre il campo di riferimento dell’analizzante, ma interroghiamo, sotto transfert, il posto che il suo discorso prende nel sintomo. Di che cosa è sintomo questo discorso?

Se volessimo trovare un elemento per favorire l’incontro fra l’inconscio e il cervello, nel titolo scelto per il nostro Congresso, sarebbe sulla via del «niente», come ci propone Sergio Caretto, questo «niente» in comune, questo «niente» che anima la pulsione, questo «niente» incommensurabile che prende avvio dal vivente del corpo parlante.  

   Piuttosto che fondarsi sull’impotenza dei soggetti in deficit che ricorrono all’assistenza tecnica collocata negli organismi artificiali (René Fiori), la psicoanalisi riporta il linguaggio verso i giochi possibili nella lingua. Essa opera sul modello del Witz, rivolto ad un al di là in cui «niente» è da trovare, ma in cui alloggia la soddisfazione di un godimento oscuro che fa segno.Combattendo duramente contro «l’odio per ciò che è oscuro», – quella parte intima con la quale ciascuno ha a che fare, che lo divora e che gli è insopportabile – essa sopravviverà solo ravvivando sempre in se stessa il fuoco poetico, senza curarsi degli imperativi dettati dall’utilità diretta, che sono fatti apposta per velare, cullare, soffocare. Questo numero di a-kephalos ne declina alcune modulazioni.

Traduzione di Marianna Matteoni

  1. Lacan, «Le jouir de l’être parlant s’articule», la Cause du désir, n° 101, marzo 2019, p. 13.
  2. Miller J.-A., «L’orientation lacanienne. Un effort de poésie», lezioni del 13 e del 20 novembre 2002, inedito.
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